giovedì, 28 giugno 2007
... mica tanto.
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martedì, 06 marzo 2007

Pioggia e grandine, rastrellano la mia attenzione da tutto il resto

è la tara immaginifica del mio far frullare pensieri

dentro il tritatutto, il tritalamiavita

E se mi appendo alla cornetta e gioco a fare il cornuto geloso

è per questo gelo che ho di dentro e che mi provoca il gelone

Chiama mamma e dille che a cena non vai

che dormi da una amica, che un rabdomante passerà a trovarti

Non le sento le vitamine della frutta, fatico a sintetizzarle

non faccio sunti costruttivi

mi perdo e basta, con le palpebre a mezz'asta, sospeso a tempo indeterminato

la vita a progetto che giunge agli sgoccioli del suo contratto

Sono in contrasto con intere galassie

e mi fracasso le meningi alla ricerca di pungolamenti

Devo diventare operativo

mi devo industriare affinché sia operativo

devo dimostrare operosità

devo diventare operativo e soddisfatto

devo imbastire la recita che il mondo mi richiede

Inutile che fugga dalla selva di palazzi

guardandomi intorno

aspettando che ne crolli uno

che cada un aeromobile (che nella nebbia crepuscolare spara luci lunghe lunghe)

Intanto dì a tua madre che stasera non ci sei

perché ho voglia di approfondire diversi aspetti

sull'arte della fornicazione

La diagnosi è ufficiale: smottamento della mia interiorità.
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domenica, 28 gennaio 2007

Donald Zucchina non sapeva scrivere racconti. Si circondava di cicchetti e luci flebili in cerca di chissà quale ispirazione. E io non so cominciare un racconto. Magari avrei dovuto optare per una pseudo-sceneggiatura simil-puzzle, una filo-tarantiniana (del divin Quentin). Partire dal mezzo, accennare alla fine, tornare al principio, mescolare, incollare, stupire. Si, ma di quanta poca etica sarei attrezzato? Poca. Vero, Voi altri?

Donald si chiamava così in onore di Donald Duck. Non regge. Allora diciamo che mamma e papà avevano gusti discutibili. Zucchina… Su quello nessuno poteva metterci bocca. Una persona estroversa e socievole, amante degli uomini (con una preferenza particolare per gli uomini vestiti di blu acquamarina), delle macchine d’epoca, del vintage e delle frustate sul culo. Insomma, uno che sapeva vivere in modo intenso, senza conoscere il verbo vegetare. Per questo Donald un giorno si uccise buttandosi alla fermata Battistini sotto la “rossa”. “Zucchina spappolata” titolò Metro.

Morto Donald non saprei chi tirare in ballo. Forse ci sono: tiro in ballo un danzatore del ventre. Jamil Bocanegra, di madre persiana e padre tappeto. Jamil voleva studiare per diventare tecnico del suono e lavorare sodo per conto di Paul Anka. Fatto sta che i genitori si opposero duramente a questa sua velleità. Loro anelavano ad avere un figlio danzereccio; e fu così che lo iscrissero ad un corso di danza del ventre, senza neanche dargli modo di diplomarsi perito elettronico.

Jamil sembrò da subito un talento naturale, con quella ciccetta sui fianchi e la pancetta creme caramel, con quel suo basculare ipnotico riusciva ad ammaliare sceicchi e camionisti, puttane e istruttrici di fitness. E non patì mai il fatto di essere l’unico maschio in una classe di trentatré elementi non trentini. Jamil condusse una vita fantastica: una casa di creta, tappeti in ogni dove, grasse chiavate con le sue compagne di corso e spettatrici, una sana posizione economica ed un cancro in fase embrionale che non è mai riuscito ad avere la meglio su un ictus propostosi in avanzata età senile.

Niente da fare, ho bisogno di qualcosa d’altro. E mettermi in gioco con la prima persona tra queste righe è già una fregatura di per sé. Che poi fa tre. 

Fecalsin Distrovicov, madre ex-testimonial di Geova e madre colonnello dell’esercito (nota bene, non v’è refuso nella frase in questione. Saremo mica messi ancora così?).

Era così anticonformista che sbiancava dalla vergogna e arrossiva dalla paura. Quando si trattava di dar consiglio alle sue amiche sul come atteggiarsi di fronte alle prede maschio, era solito dire frasi tipo “devi destrutturare la materia del tuo pensare e renderti lieve quando ti appoggi agli occhi di chi hai da compiacere”. Le amiche non lo avevano mai potuto soffrire e pensavano ogni male di Fecalsin. Ma questi, da sempre, aveva subodorato l’antifona e mai fece in modo che le cose prendessero un corso differente. Insomma, trattatavasi di rapporti occasionali senza coinvolgimento genitale.

Fecalsin era uno di quelli che tra il serio ed il faceto optava per quest’ultimo. E tra il bene ed il male si trovò bene col “bele”. Conosceva le vie di mezzo e si trovava male con le mele, alle quali era intollerante e per mezzo delle quali divenne belligerante. Provo a spiegarmi senza sgualcire le maniche: il suo hobby principale diventò l’appostarsi sul balcone, chinato, ogni pomeriggio di ogni week-end, vestito come se in assetto da combattimento. La sua, era una tacita dichiarazione di guerra a tutti i passanti vestiti blu acquamarina. Le sue armi erano le mele (“se non le mangio le lancio” era il suo slogan). E’ facile prevedere (o postvedere) che Mr. Distrovicov non l’avrebbe fatta franca a lungo (“anche se si fece Franca per undici mesi”, avrebbe puntualizzato un famoso autore nostrano): fu arrestato per omicidio, quando un giorno colpì la tempia sinistra di un distinto signore che indossava un impermeabile color blu acquamarina mentre questi si recava presso l’abitazione del suo compagno (uno strano tipo con ambizioni da scrittore).

La buona condotta rese più sopportabile una vecchiaia poco alternativa in cui si dedicò con tutte le proprie energie a mantener vivo il sito internet da lui istituito sin dai tempi bui della galera (www.geova-is-cool.net).

Gervaso faceva il fioraio. Da piccolo avrebbe voluto fare il rigattiere, convinto che questo mestiere consistesse nel munirsi di chiave per rigare le fiancate delle macchine parcheggiate sulle strisce pedonali. Amava farsi di interventi di chirurgia estetica ed eccedeva nel riempirsi le sue profonde rughe perioculari con lo jaluronico. Basta, non regge! Torno prepotentemente in scena io, con atteggiamento da bullo e la mia prima persona. E Vi dico che non regge.

Nel novero dei principali attori della grande (o sputtanata) letteratura ci son troppe poche donne. Spesso relegate al ruolo di comprimarie, spesso personaggi di rilievo ma non principali.

Controverto: il mio personaggio preferito è quello di cui mi appresto a parlare, anche se in modo stringato, considerando che mi sono rotto abbondantemente i coglioni di pensare qualcosa da scrivere. E che essere tacciato di misoginia non mi regala molto gaudio.

Vodka Perineale era una fanciulla piena d’ogni virtù. Studiò ed ottenne con successo ogni licenza, inclusi un paio di pezzi di carta tra quelli che si dice contino davvero. Sposò con rito civile un uomo perbene, raggiunse la carriera, mantenne costante il peso forma, mi strizzò l’occhio in segno di stima, mi strinse i testicoli in segno di disistima, seppe educare il figlio in modo adeguato (tanto che questi riportava scodinzolante la pallina al lanciatore senza fallire una presa volante che fosse una).

 Ah, dimenticavo l’immancabile descrizione corporea: donna piacente, dalle lunghe chiome tinte di un biondo realistico, dai seni prosperosi il giusto, dalle natiche arrotondate come una roccia erosa da secoli di mare in vena di scolpire, dal viso di satana travestito da Gabriele l’Inseminatore pel giorno di carnevale, con caviglie addirittura taglienti come sciabole del maestro Tsin Za Teh Mohr Hirei.

Vodka Perineale m’è entrata dentro stasera. E dal culo un po’ mi uscirà, carezzando il perineo amorevolissimevolmente.

Non ho più alcun motivo di continuare questa farsa cartacea, ho la mia eroina. Io ho la mia eroina.

Mia e di nessun altro. E se non Vi vado a genio sappiate pure che genio non mi ritengo, ma che vado, ora ora, a far l’amore con lei.

Non conta nulla questo insignificante narrato, era solo la storia di alcuni personaggi in cerca d’amore trovati da un autore in vana ricerca di uno stile.

Quasi dimenticavo: dedico tutto ciò a quella troia che mi ha insultato nella giornata che precede l’odierna, per il semplice fatto che io ed il mio cane stessimo tranquillamente attraversando la strada calpestando le strisce pedonali in via Conca d’Oro. A te tutta la mia compassione, vecchia baldracca: la tua vita deve essere certamente più triste della mia.

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venerdì, 29 dicembre 2006

Io non so fare nulla, solo piangere a volte
rateizzando questo e quel dolore
impotente di fronte alla realtà sociale prepotente
alle meteoriti che minacciano di orbitarmi addosso
e l'acqua finirà, distilleranno il mio sangue
amaro
Sono bravo e non mi applico
sguazzo come un calamaro dentro al tumbler ornato dallo sozzume delle mie ditate
Travaso di latte versato
nelle giornate di "mesta" che mi stringono le braghe attorno alla vita
che pare un paesaggio morto e marroncino
Non so fare nulla eppure sono bravo
c'è scritto in qualche vecchia pagella messa a zittire tra i ricordi
schiacciata dal mio primo ciucciotto e da qualche accendino
ho freddo perchè non arde niente in questo momento
nel mio cammino
con le bende agli occhi e le pezze al culo
Sono parolette, birbantelle e sul punto di dover morire
perchè ne sono padre e boia
ne sono vuoto
Forse perchè proprio non mi applico.

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mercoledì, 13 dicembre 2006

Un amore senza fine, teorie confutate

Noi convergevamo

dentro una Roma colma di premure

Sento Bulgari misto fumo, ora

e Armani a puzza di cane

Mando a vuoto i tuoi tentativi di monta

restando obnubilato dal senso di colpa

Non per la storia dei fili scoperti

che qualche scossa possono darla

E’ che comincio a pensare

che sia meglio un oggi oggi

che un oggi domani

e che in tutti gli oggi del passato

avresti potuto tenermi tuo indissolubilmente

Ci accingiamo a divergere

in una Roma che mi sbircia fantasma

quando ubriaco da settimane ormai

me ne sto mezzo vivo

a rilasciare endorfine.

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martedì, 05 dicembre 2006

Il cielo, con le sue cortesi ospiti stelle

L’ipnotico crogiolarsi delle onde

indispettite dagli affanni che porta la notte scintillante

In radio, canzoni d’amor vero

e una coppia di seni vanitosi che si specchiano al soffitto

Tutto ha odore di cannella, l’amour, Kaori, il Mulino Bianco

e “...tu mi vuoi bene anche se non sei il mio papà?”

Ma la luna si è accesa una gran canna

che al primo esalare le stelle son già fattissime

Nel mare ci pisciano tutta un’estate, povero fesso

La notte è il velo che copre cadaveri come me

e dalle tette vorrei poter succhiare ettolitri di champagne

A pieno regime il camion degli spurghi sotto la mia finestra

accompagna il rito di defecatio e la campagna elettorale in radio

Disamori è giunto alla puntata mille, si festeggia, all night long (dice il cocainomane)

Mario Merola vi ha fregati tutti e io vorrei scolarmi una bottiglia di vodka

per smetterla finalmente di scrivere certe cazzate

Babbioni, Charles, un raggio chiamato Cieco, giace mortissimissimo

Altro che wonderful world

domenica, 19 novembre 2006
Forse un giorno capirà e affonderà la mano nel pentimento
mi chiederà d'esser ricevuta in udienza
e io in un solenne restar seduto
le concederò la mia di mano, come i papabili
Niente pulpito, che nel frattempo è diventato legna da ardere
avrò solo padiglioni auricolari da porgere assieme alla mano
Nello sconquasso dei sentimenti mi vorrò ascoltare glaciale
celando col mantello la mia di mano sul cuore
Forse le consiglierò di mettersi di gran lena ad esporre quanto di dovuto
e di omettere, quanto più possibile, ogni suono di mediocrità
Gesticolando con le mani traccerò traiettorie dissomiglianti da quella dell'assoluzione
Diciamo che sarebbero solo nevrotici disegni regalati all'aria della stanza
Forse quel giorno sarò di rientro da un gran gozzovigliare, dallo sgozzare le capre che io intendo
No, nulla che richieda dosi particolari di violenza, che imbratti le mani
Quindi sarò bene o male placido, nel bene e nel male del suo ciarlare
E la interromperò pur sapendo che ne ha ancora da dire,
accennando un segno di stop: palmo sulla sua faccia, dorso che mi oscura la vista in avanti
Avrò riposto in una cassettina sotterrata il mio testosterone
e passerò la mano al venturo sventurato se mi vorrà fottere
Perchè mi sarò fatto almeno dieci seghe a quattro mani, prima d'accoglierla
in modo tale da sentirmi svuotato di tutto
Svuotato anche di lei.
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domenica, 12 novembre 2006
Gran capi indossati da quelli dei governi
e menzogneri promoters d'indumenti che ti manipolano nell'intimo
Nutrie accalcate che rosicchiano tonache con trasporto
Camionisti senza mano non attivano gli indicatori di direzione
Gli attivisti che bruciano cravatte che vorrebbero annodarsi al collo
Ci si rivede tutti per una caipirinha al "Divergenze Idiomatiche"
dove sfoggerò la mia mini pelvica e vi ammalierò
con tanto di scoscesa coscienza, finchè ne avrò l'età
Rigor mortis
Forma mentis
Son campioni d'Europa. Habemus Papam. Nisba pappa!
Chi bascula, chi oscilla, chi trasla
Ti insegnano ad ingollare il rhum, ad assuefarti alla disinformazione
ad idolatrare istruttori poco istruiti, fino a morir cacato!
Si, ma in chiave ironica, tutto per chiavarci a modo
e non farci mai sentire demodè
nonostante ciò che avevi di sacro si sia incrinato
Ed era solo un osso poco duro
Al casello non riesco mai ad imboccare la strada contromano
Il vano lagnarsi con lo zoom a 4x d'un miope stigmatizzato
Tutti dicono d'aver bisogno di credere in qualcosa
Io credo di non aver mai avuto nulla da dire
ma questo è il mio modus operandi, da stoltus dividendi, da lupus in trappula. 
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martedì, 31 ottobre 2006

- "Ci dovrà pur essere un motivo se si dice ferito nell'orgoglio invece di ferito sull'orgoglio. Se tu m'avessi ferito sull'orgoglio altro non avresti causato che una lesione cutanea, in superficie, curabile con una stupida pomata. Ma hai intaccato qualcosa che vive nei dintorni del nucleo. Non solo mi hai desquamato il mios muscolo ma hai affondato il punteruolo con la scusa che tanto io stesso a volte mi fingo un gran cazzo di cubo di ghiaccio. No no, tu mi hai ferito proprio nell'orgoglio."

- "Ah.."

- "Ah?!? Suvvia, non ti sto chiedendo quale sia la concentrazione di spermatozoi per ml... solo cerca di venirmi incontro. In tal caso potrei ricominciare a venirti addosso." 

 

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lunedì, 23 ottobre 2006

Ho tagliato i ponti senza usare rasoiate e senza rivolgermi ad una azienda demolizioni. Ho lasciato accessibile solo qualche stradina nei dintorni ma ho fatto in modo che crescessero lussureggianti i rovi. Così che vi possiate pungere e, arrivati da me, chiedermi i cerotti che non sarò più disposto a darvi.

Amici.

Ma quali amici, è il tempo che ci unisce, è questione di tradizione e dell'idealismo che ne consegue, di una fanciullesca visione della cosa. Voi, ve l’ho detto, siete morti che parlano… ma poco con me. Troppo impegnati e primeggiare nella mediocrità e nei cliché che i vostri quartieri di città v’hanno appiccicato sulle spalle.

Nella vita ho sempre avuto a che fare con persone con interessi diversi dai miei e sempre disposte a ciarlare dei propri, interrompendomi sistematicamente quando ero io a voler prender parola. Ecco perché ora, io, preferisco la gente con cui parlo per strada e al parco (e altrove), ridono di gusto alle mie battute, accettano di instaurare un dialogo dignitoso. Non mi regalano nulla. E se sento la necessità di parlare un po’ di fica allora so chi contattare; con voi è impossibile trattare anche questo argomento. Siete sempre lì a cazzo dritto ma con un velo di rossore e un cappello di tabù. Fanculo, m'avete riempito di ulteriore noia.

E vi inviterò a raggiungermi, ogni tanto, prendete la prima strada piena di rovi e proseguite dritto verso casa mia.

Vi accoglierò col consueto bacio di ben rivisto. E poi sarò così caustico che potrete continuare a parlar male di me dietro le mie spalle da orso. E poi a parlarvi male vicendevolmente dietro le vostre.
Perché voi siete così: non siete un cazzo e godete delle vostre pessime abitudini.

Me ne dolgo, ma mi fa sentire così superiore che a volte torno ad aver voglia di trascorrere del tempo assieme a voi. Con la faccia vera nascosta per l'occasione sotto il cuscino del mio lettone.


 

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