Donald Zucchina non sapeva scrivere racconti. Si circondava di cicchetti e luci flebili in cerca di chissà quale ispirazione. E io non so cominciare un racconto. Magari avrei dovuto optare per una pseudo-sceneggiatura simil-puzzle, una filo-tarantiniana (del divin Quentin). Partire dal mezzo, accennare alla fine, tornare al principio, mescolare, incollare, stupire. Si, ma di quanta poca etica sarei attrezzato? Poca. Vero, Voi altri?
Donald si chiamava così in onore di Donald Duck. Non regge. Allora diciamo che mamma e papà avevano gusti discutibili. Zucchina… Su quello nessuno poteva metterci bocca. Una persona estroversa e socievole, amante degli uomini (con una preferenza particolare per gli uomini vestiti di blu acquamarina), delle macchine d’epoca, del vintage e delle frustate sul culo. Insomma, uno che sapeva vivere in modo intenso, senza conoscere il verbo vegetare. Per questo Donald un giorno si uccise buttandosi alla fermata Battistini sotto la “rossa”. “Zucchina spappolata” titolò Metro.
Morto Donald non saprei chi tirare in ballo. Forse ci sono: tiro in ballo un danzatore del ventre. Jamil Bocanegra, di madre persiana e padre tappeto. Jamil voleva studiare per diventare tecnico del suono e lavorare sodo per conto di Paul Anka. Fatto sta che i genitori si opposero duramente a questa sua velleità. Loro anelavano ad avere un figlio danzereccio; e fu così che lo iscrissero ad un corso di danza del ventre, senza neanche dargli modo di diplomarsi perito elettronico.
Jamil sembrò da subito un talento naturale, con quella ciccetta sui fianchi e la pancetta creme caramel, con quel suo basculare ipnotico riusciva ad ammaliare sceicchi e camionisti, puttane e istruttrici di fitness. E non patì mai il fatto di essere l’unico maschio in una classe di trentatré elementi non trentini. Jamil condusse una vita fantastica: una casa di creta, tappeti in ogni dove, grasse chiavate con le sue compagne di corso e spettatrici, una sana posizione economica ed un cancro in fase embrionale che non è mai riuscito ad avere la meglio su un ictus propostosi in avanzata età senile.
Niente da fare, ho bisogno di qualcosa d’altro. E mettermi in gioco con la prima persona tra queste righe è già una fregatura di per sé. Che poi fa tre.
Fecalsin Distrovicov, madre ex-testimonial di Geova e madre colonnello dell’esercito (nota bene, non v’è refuso nella frase in questione. Saremo mica messi ancora così?).
Era così anticonformista che sbiancava dalla vergogna e arrossiva dalla paura. Quando si trattava di dar consiglio alle sue amiche sul come atteggiarsi di fronte alle prede maschio, era solito dire frasi tipo “devi destrutturare la materia del tuo pensare e renderti lieve quando ti appoggi agli occhi di chi hai da compiacere”. Le amiche non lo avevano mai potuto soffrire e pensavano ogni male di Fecalsin. Ma questi, da sempre, aveva subodorato l’antifona e mai fece in modo che le cose prendessero un corso differente. Insomma, trattatavasi di rapporti occasionali senza coinvolgimento genitale.
Fecalsin era uno di quelli che tra il serio ed il faceto optava per quest’ultimo. E tra il bene ed il male si trovò bene col “bele”. Conosceva le vie di mezzo e si trovava male con le mele, alle quali era intollerante e per mezzo delle quali divenne belligerante. Provo a spiegarmi senza sgualcire le maniche: il suo hobby principale diventò l’appostarsi sul balcone, chinato, ogni pomeriggio di ogni week-end, vestito come se in assetto da combattimento. La sua, era una tacita dichiarazione di guerra a tutti i passanti vestiti blu acquamarina. Le sue armi erano le mele (“se non le mangio le lancio” era il suo slogan). E’ facile prevedere (o postvedere) che Mr. Distrovicov non l’avrebbe fatta franca a lungo (“anche se si fece Franca per undici mesi”, avrebbe puntualizzato un famoso autore nostrano): fu arrestato per omicidio, quando un giorno colpì la tempia sinistra di un distinto signore che indossava un impermeabile color blu acquamarina mentre questi si recava presso l’abitazione del suo compagno (uno strano tipo con ambizioni da scrittore).
La buona condotta rese più sopportabile una vecchiaia poco alternativa in cui si dedicò con tutte le proprie energie a mantener vivo il sito internet da lui istituito sin dai tempi bui della galera (www.geova-is-cool.net).
Gervaso faceva il fioraio. Da piccolo avrebbe voluto fare il rigattiere, convinto che questo mestiere consistesse nel munirsi di chiave per rigare le fiancate delle macchine parcheggiate sulle strisce pedonali. Amava farsi di interventi di chirurgia estetica ed eccedeva nel riempirsi le sue profonde rughe perioculari con lo jaluronico. Basta, non regge! Torno prepotentemente in scena io, con atteggiamento da bullo e la mia prima persona. E Vi dico che non regge.
Nel novero dei principali attori della grande (o sputtanata) letteratura ci son troppe poche donne. Spesso relegate al ruolo di comprimarie, spesso personaggi di rilievo ma non principali.
Controverto: il mio personaggio preferito è quello di cui mi appresto a parlare, anche se in modo stringato, considerando che mi sono rotto abbondantemente i coglioni di pensare qualcosa da scrivere. E che essere tacciato di misoginia non mi regala molto gaudio.
Vodka Perineale era una fanciulla piena d’ogni virtù. Studiò ed ottenne con successo ogni licenza, inclusi un paio di pezzi di carta tra quelli che si dice contino davvero. Sposò con rito civile un uomo perbene, raggiunse la carriera, mantenne costante il peso forma, mi strizzò l’occhio in segno di stima, mi strinse i testicoli in segno di disistima, seppe educare il figlio in modo adeguato (tanto che questi riportava scodinzolante la pallina al lanciatore senza fallire una presa volante che fosse una).
Ah, dimenticavo l’immancabile descrizione corporea: donna piacente, dalle lunghe chiome tinte di un biondo realistico, dai seni prosperosi il giusto, dalle natiche arrotondate come una roccia erosa da secoli di mare in vena di scolpire, dal viso di satana travestito da Gabriele l’Inseminatore pel giorno di carnevale, con caviglie addirittura taglienti come sciabole del maestro Tsin Za Teh Mohr Hirei.
Vodka Perineale m’è entrata dentro stasera. E dal culo un po’ mi uscirà, carezzando il perineo amorevolissimevolmente.
Non ho più alcun motivo di continuare questa farsa cartacea, ho la mia eroina. Io ho la mia eroina.
Mia e di nessun altro. E se non Vi vado a genio sappiate pure che genio non mi ritengo, ma che vado, ora ora, a far l’amore con lei.
Non conta nulla questo insignificante narrato, era solo la storia di alcuni personaggi in cerca d’amore trovati da un autore in vana ricerca di uno stile.
Quasi dimenticavo: dedico tutto ciò a quella troia che mi ha insultato nella giornata che precede l’odierna, per il semplice fatto che io ed il mio cane stessimo tranquillamente attraversando la strada calpestando le strisce pedonali in via Conca d’Oro. A te tutta la mia compassione, vecchia baldracca: la tua vita deve essere certamente più triste della mia.




